COMUNICATO STAMPA NAZIONALE 30.1.2026

COMUNICATO STAMPA NAZIONALE 30.1.2026
Un “filo nero” lega la nota MIM per la schedatura degli alunni palestinesi a quella sulla compressione della libertà di critica e d’insegnamento, nonché al questionario di Azione Studentesca...
Da oltre trent’anni la scuola pubblica italiana mostra forti segni di crisi. Storture burocratiche hanno progressivamente trasformato i docenti in travèt e gli studenti in meri fruitori di “servizi”. Minimalismo culturale, carenze organizzative e materiali mettono quotidianamente a rischio la sicurezza: edifici per l’80% non a norma, aule sovraffollate e riduzione di personale Ata, compromettono le condizioni generali.
Frequenti ingerenze nella professionalità dei docenti — spesso contrabbandate per “innovazioni metodologiche” — hanno eroso l’autonomia pedagogica e ridotto la qualità dell’insegnamento. Anche con la complicità di vari governi liberisti di “centro-sinistra”, l’introduzione massiccia di concetti e pratiche di matrice aziendalistica (logiche di valutazione standardizzate, obiettivi da “misurare” a tutti i costi, gestione orientata all’apprendistato ed al profitto privato) ha progressivamente snaturato la missione educativa della scuola, che dovrebbe, al contrario, formare cittadine e cittadini critici e solidali. Quelli che un tempo sembravano semplici scricchiolii appaiono oggi una frana che rischia di travolgere e stravolgere i lineamenti della scuola pubblica disegnata dalla Costituzione repubblicana.
Ma fatti particolarmente gravi si sono verificati nell’ultimo mese: la nota dell’8 gennaio 2026, del Ministero dell’Istruzione e del “Merito”, nella quale si chiede alle scuole di effettuare il censimento degli studenti palestinesi iscritti per l’anno scolastico in corso e l’iniziativa portata avanti in questi giorni, in diverse città, da Azione Studentesca, movimento giovanile di estrema destra molto vicino all’area politica di Fratelli d’Italia, che invita gli studenti a segnalare i docenti “di sinistra” che farebbero “propaganda” durante le lezioni.
Non va poi dimenticato che l’inaccettabile disposizione sulla schedatura degli studenti palestinesi rientra nella logica dei recenti disegni di legge che inaccettabilmente equiparano all’antisemitismo qualsiasi critica allo stato di Israele. Si vuole creare così un contesto giuridico e culturale nel quale ogni forma di dissenso politico, di empatia e solidarietà vengano messi a rischio criminalizzazione.
Cosa dice la destra al governo? Nel caso del “censimento”, le giustificazioni fornite dal Ministero — come i presunti piani di supporto per studenti stranieri — risultano vaghe e prive di dettagli su contenuti, modalità di attuazione e finanziamenti, a dimostrazione della pretestuosità della manovra che richiama alla mente finalità discriminatorie e razziste di un triste passato.
Persino sul questionario di Azione Studentesca si passa dal qualificare l’iniziativa per una semplice “ragazzata” - come fa il sindaco di Pordenone che ne contesta “il metodo ma non l’obiettivo” – al considerarla “un'iniziativa autonoma promossa da alcuni studenti, che avrebbero effettuato una sorta di sondaggio anonimo”. “Stante l’anonimato”, non si
tratterebbe di una “schedatura”, come ha affermato la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti (la quale ha trascorsi militanti di estrema destra che sono tutto un programma).
Le misure citate tracciano invece una strategia comune basata sul controllo, la delegittimazione e la paura, con l’effetto di trasformare la scuola da spazio di formazione civile in un dispositivo per il disciplinamento politico.
Discriminare e sorvegliare per creare un ambiente punitivo. Il censimento individua e classifica gli studenti sulla base dell’origine etnica; l’invito a segnalare i docenti sollecita una forma di vigilanza interna, condotta da studenti e famiglie, facendo della comunità scolastica un collettore di denunce gratuite, sospetti e conflitti d’interesse.
La scuola smette così di essere prioritariamente luogo di confronto e pluralismo per diventare ricettacolo ove raccogliere informazioni e costruire elenchi di persone “da osservare e controllare”: l’attacco agli studenti palestinesi cela la volontà di produrre una categoria vulnerabile, poi facilmente stigmatizzabile; l’incoraggiamento alla segnalazione dei docenti vuole esplicitamente creare liste di proscrizione di insegnanti “sovversivi e sospetti”.
Siamo alla totale delegittimazione della funzione docente. Il poter essere segnalati per i contenuti trattati in classe cerca di spingere i docenti all’autocensura e alla rinuncia alla libertà d’insegnamento, a non trattare senza sudditanza temi e fatti storici “controversi” non amati dal governo, a rinunciare alla libertà di sollecitare ed esprimere opinioni critiche.
Si cerca di indebolire l’autonomia pedagogica — nucleo essenziale del ruolo professionale degli insegnanti — compromettendo la qualità dell’insegnamento. Si vorrebbe una didattica “prudente e difensiva”, anziché esplorativa e formativa: una didattica sotto controllo. Il risultato sarebbe un impoverimento del dibattito democratico nella scuola. Vorrebbero ridurre la capacità degli studenti di formarsi come cittadini pensanti, compromettendo il ruolo della scuola quale ambito deputato all’educazione civica, al confronto plurale, alla crescita culturale ed umana.
La concatenazione di queste pratiche vorrebbe normalizzare un clima di reciproca paura. Il ricorso alla segnalazione e alla raccolta di dati etnici alimenta il sospetto tra compagni, famiglie e personale scolastico; le relazioni di fiducia, fondamentali per qualsiasi percorso educativo, ne uscirebbero compromesse: il sospetto pregiudiziale ed aprioristico ostacola l’apprendimento, mina la collaborazione e il benessere degli alunni e del personale.
Il “filo nero” che unisce censimenti etnici e inviti alla “delazione ideologica” richiamano esplicitamente il tentativo di produrre una trasformazione della scuola in apparato controllato e di controllo, in spregio delle garanzie costituzionali vigenti, con conseguenze profonde: discriminazione diretta e indiretta, perdita dell’autonomia e della dignità professionale dei docenti, limitazione della libertà di espressione e del confronto critico, erosione del tessuto d’apprendimento connaturato all’educazione. Per difendere e conservare la funzione costituzionale della scuola è dunque necessaria, oggi più che mai, una puntuale attenzione: la dignità di una lotta capace di contrastare pratiche di sorveglianza e repressione.
Occorre ottenere l’eliminazione immediata della circolare sulle schedature etniche. Occorre respingere l’illegittima compressione della libertà di critica e d’insegnamento, nonché ridurre al silenzio i tentativi del neofascismo di strumentalizzare il personale docente e non, gli studenti e le famiglie. La società civile e noi tutti, docenti, personale amministrativo, tecnico ed ausiliario, presidi, dobbiamo fare la nostra parte, ora, senza “se” e senza “ma”, pretendendo invece il rilancio di politiche che mettano al centro investimenti strutturali, tutela dei diritti e dell’autonomia pedagogica.
p. l’Unicobas
Stefano d’Errico
(Segretario Nazionale)





